11 maggio 2015

David LaChapelle in mostra a Roma

Nei lavori seriali che seguono The Deluge <<LaChapelle cancella clamorosamente la carne>> scrive Gianni Mercurio, curatore della mostra <<elemento caratterizzante della sua arte>>. Il naufragio del Kitsch-Mensch di Broch, prodotto di una società che ha sostituito la categoria etica con l’estetica, apre un unico scenario possibile: all’uomo è consentito di vivere solo nella dimensione mitologica del ricordo. <<Chi erano gli abitanti di quella perduta Atlantide?>> si chiederà qualche futuro viaggiatore di fronte ai resti abbandonati di stazioni di servizio (Gas Station).

LACHAPELLE

Dopo la storica personale del 1999, David LaChapelle ha scelto ancora una volta le sale del Palazzo delle Esposizioni per mostrare al pubblico romano circa centocinquanta lavori, alcuni dei quali inediti.

Una retrospettiva che si propone di indagare come suggerisce il titolo, David LaChapelle: dopo il Diluvio, l’evoluzione del fotografo americano a partire dal 2006, anno di realizzazione della grandiosa The Deluge: rilettura pop del flagello biblico, in cui i simboli della modernità, ridotti a feticcio, si combinano a citazioni di Géricault e Michelangelo.

Di quell’umanità al silicone, ossessionata dalla religione dell’avere e dalla liturgia del corpo perfetto, non restano che alcuni sparuti riferimenti culturali, una statua (The Statue) e qualche quadro (The Museum), nelle sale ancora allagate della serie After the Deluge.

LACHAPELLE

L’unica presenza umana tollerata è ormai un succedaneo: in Still Life, ad esempio, i resti in cera di celebrities vengono ricomposti in una sorta di tableau su sfondi di scatole da imballaggio. Un gioco di rimandi incrociati a cui sembrano far eco le lussureggianti nature morte di Earth Laughs in Flowers.

Un’esposizione che è insieme un incubo iperrealista e si conclude con le maquettes di stazioni di rifornimento immerse in foreste pluviali e di paesaggi industriali, delle serie Gas Station e Landscape, immaginarie rovine architettoniche di una civiltà irrimediabilmente compromessa.

Verrebbe da chiedersi: <<Cosa resta del fotografo di Interview?>>. Gli scenari cromaticamente saturi, il senso del grottesco e un’eclettica vocazione citazionista, capace di prendere tanto da Viktor and Rolf, The House at the End of the World, che da Andy Warhol, The Crash.

 

Daniele Gennaioli, Accademia Costume & Moda

 

 

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