8 gennaio 2015

Chatting with Marco Magalini

Da dicembre nelle librerie, un lungo lavoro e un grande successo: il  nuovo libro di Marco Magalini, “Moda. Il nuovo Made in Italy”. Il libro edito da Giubilei Regnani, con una prefazione di Renzo Rosso, patron di Diesel.

Le domande a cui il giovane giornalista ha cercato di rispondere nel suo libro? Interrogativi che da sempre attanagliano il mondo della moda: Chi è oggi il testimone del bello e ben fatto italiano, che ha reso grande il made in Italy nel mondo? Chi domina oggi la scena della moda fatta in Italia?

Storie di nuovi talenti, che hanno deciso di accettare la sfida e di produrre le loro collezioni in Italia, che hanno l’arduo compito di tramandare nel mondo l’eccellenza del nostro Paese.

 

magalini

 Quando e perché hai deciso di scrivere il libro?

Desideravo approfondire la conoscenza nei confronti della ‘new wave’ (come l’aveva definita Giorgio Armani) di imprenditori della moda e trasmetterla alle persone. Dobbiamo tener presente che noi addetti ai lavori abbiamo ben chiaro lo scenario contemporaneo della moda, dal macro al micro, ma siamo altrettanto sicuri che il grande pubblico lo conosca e lo ‘frequenti’ con la stessa disinvoltura? La mia era una esigenza: volevo fissare su qualcosa che rimarrà, mi auguro a lungo sugli scaffali, come un libro, i tratti più rappresentativi dello scenario contemporaneo.

 

Un paese fortemente in crisi come l’Italia, è ancora davvero in grado di offrire opportunità e dar voce a nuovi talenti emergenti che scelgono il nostro Paese per produrre?

Se volessi fare un discorso superficiale potrei dire che l’Italia non è un Paese per giovani e che i giovani per guadagnare dovrebbero scappare dall’Italia per andare all’estero a cercare fortuna come fecero i nostri nonni in passato. Io mi sforzo a rimanere concentrato su un’Italia piena di startup, di nuove leve che lavorano venti ore al giorno per raggiungere un obiettivo. Non credo che i grandi imprenditori di ieri, che sono arrivati dove sono oggi, lavorassero meno… Vedo un’Italia che ci prova, che ha voglia di investire per rilanciarsi.

È questa l’Italia. Un popolo di lavoratori, più o meno giovani, che cercano di aprirsi al domani con ottimismo.

 

 Cosa manca attualmente al Made in Italy e cosa si potrebbe fare in più per supportarlo e farlo tornare ad essere quello di un tempo?

Non credo che il made in Italy di oggi tragga vantaggio dal rimpiangere i tempi passati. Certo, i tempi sono cambiati e la crisi interna è fortissima, ma il mercato ora è a tutti gli effetti internazionale e gli strumenti per essere vincenti dall’altra parte del mondo sono molto più alla portata rispetto ad un tempo. Dall’Italia non bisogna fuggire, ma per restare occorre diversificare e soddisfare anche la richiesta che proviene da clienti lontani. Per quanto riguarda i nuovi brand una delle difficoltà risiede anche nel fatto che non hanno più il tempo ‘cuscinetto’ per testare il loro prodotto prima nel nostro Paese, potremmo dire “in casa”, per poi affrontare il mondo; devono sin da subito competere con player globali. La sfida da vincere è questa: coniugare artigianalità – frutto di esperienze decennali – e diffusione su vasta scala. Così molti imprenditori del made in Italy tornano con forza a scommettere sul nuovo rinascimento italiano, un modello di business che unisce i tratti antichi della manualità alle tecnologie più avanzate.

 

Cosa contraddistingue le eccellenze Made in Italy nei mercati internazionale?

Parlando con i dodici marchi dei quali parlo nel libro è emerso in modo evidente che l’etichetta made in Italy ha di per sé un valore molto rilevante. All’estero – come ha detto Mario Dell’Oglio nella postfazione – c’è molta fame di Italia, ma è giusto prendere consapevolezza che a desiderarci sono dei gourmet, grandi conoscitori del cibo ‘biologico’, e non una massa di affamati da fast food. La rivoluzione dei cre-attivi del made in Italy deve essere una rivoluzione nobile, sotto i vessilli della qualità e della concretezza capace di coniugare ideale e reale.

 

Chi è stato, secondo te, colui che ha reso la moda italiana grande nel mondo e quali sono i nuovi nomi nel panorama della moda attuale?  

Sono molteplici gli attori che hanno contribuito a diffondere in tutto il mondo il concetto di ‘made in Italy’. Uno specchio fedele del modus operandi della nostra Italia, il Paese dei mille campanili. Un modello fatto di eccellenze frammentarie e locali, tanto nel cibo quanto nella moda o nel mobile (le cosiddette ‘tre f’: fashion, furniture, food) – i tanto famosi distretti – e non ha senso accanirsi contro un modello che ha dimostrato di funzionare cercando invece di puntare su un sistema centralizzato ‘alla francese’. La moda francese è a Parigi, senza rivali, in Italia è un po’ a Napoli (la sartoria maschile), un po’ a Roma (l’alta moda), un po’ a Firenze (la pelletteria), un po’ a Milano (il ready to wear), un po’ sulla riviera del Brenta (le calzature) e così via, senza confini troppo netti. Sono tanti piccolo attori che assieme hanno costruito un grande progetto creativo. Lo stesso vale per la nuova generazione di designer – nel mio libro parlo di Angelos Bratis, Benedetta Bruzziches, Camo, Casamadre, Christian Pellizzari, Co|te, Marcobologna, Paula Cademartori, Quattromani, San Andrès Milano, Stella Jean, SuperDuper Hats – che perseguono questo modello territoriale, che racconta di un’Italia che cresce nei territori periferici, vive una fitta vita di provincia. Non tutto accade nella capitale, o a Milano, anzi. Il punto è questo a mio avviso: produrre localmente, vendere in contesti di rilievo nazionale, esportare globalmente. Anche perché i tempi e gli attori stanno cambiando, ma la struttura, le fondamenta del sistema Italia, non cambiano. I protagonisti del rilancio del saper fare italiano nel secondo dopoguerra sono state le medie e grandi imprese; oggi, grazie alla rete, si aprono spazi importanti anche per le imprese più piccole come le startup.

Monica Casola

 

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