31 maggio 2016

Chatting with Arthur Arbesser

Dotato di grande abilità sartoriale e raffinato senso estetico, Arthur Arbesser si definisce un nerd del teatro. La passione per i costumi, gli studi alla Central St. Martins e l’esperienza illuminante – lunga sette anni – nell’atelier di Giorgio Armani segnano il percorso del designer che dal 2013 – anno di fondazione del brand omonimo – racconta la moda attraverso la propria visione eclettica e ricca di riferimenti colti.

 

Cominciamo dall’inizio. Come è nata la tua passione per la moda?

Da bambino, come oggi, ero un nerd del teatro e dell’opera: andavo a teatro almeno tre volte a settimana. Così è nata la mia passione per il costume, e ho scoperto che disegnare vestiti poteva essere un vero lavoro. A circa 12 anni ho capito che il mio futuro era già deciso.

 

Ogni tua collezione è frutto di un dialogo con larte contemporanea e con il design. Cosa influenza maggiormente la tua ricerca artistica? Da dove parte lispirazione di Arthur Arbesser?

Ogni mia collezione trae ispirazione dalle cose più disparate. Tutto può succedere dopo una conversazione avvincente, una mostra, osservando le orme di un grande artista o il  design di un elemento d’arredo. Da qui poi inizia la fase di ricerca: l’individuazione dei materiali, le sensazioni tattili, l’accostamento dei pattern. L’obiettivo è raccontare una storia nuova e trasmettere emozioni inedite restando fedeli alla propria essenza.

arthur arbesser

 

La ricerca sull’idea di uniforme è molto presente nelle tue collezioni. Torni su questo concetto, ma parli anche del pittore belga Michaël Borremans e di Vecchia Europa, nella fall/winter 2016-17. Ce la racconti?

L’uniforme per me è affascinante ed è un elemento fondamentale del mio lavoro. Nelle opere di Borremans – l’artista da cui ho tratto ispirazione per la mia ultima collezione – le uniformi, scolastiche e di lavoro, sono molto presenti. I suoi quadri hanno un lato oscuro che mi affascina: quel tocco melanconico che riesce perfettamente ad esprimere le radici decadenti di  Vienna e della vecchia Europa.

 

Dal 2015 sei il direttore creativo della linea donna di Iceberg. E’ stata una sfida coniugare la tua visione concettuale con l’anima sportswear del brand? Come si evolverà?

Per fortuna gestisco il mio lavoro in modo efficiente. Sono capace di cambiare visione con rapidità e di scindere i due progetti: mi dedico a entrambi in modo paritario, cercando di comprendere le necessità di ognuno.

Avere una linea che porta il mio nome “Arthur Arbesser”, non lo nego, è un lusso: pur essendo una grande sfida, resta il canale tramite cui sperimentare le mie idee e avere una totale espressione personale.

arthur arbesser

 

Hai un’icona di stile, una donna che vorresti indossasse i tuoi capi?

Idealmente è un mix tra Rita Levi-Montalcini e Alba Rohrwacher – per restare in Italia.

 

Che consiglio daresti a un ragazzo che sogna una carriera nella moda?

Mi sento io stesso ancora troppo ragazzo per dare dei consigli: imparo ogni giorno dal mio lavoro e dai professionisti che mi circondano. Credo che il segreto sia lavorare tanto non essere mai stanco e avere un approccio umile.

 

Claudia Marabita, IED Istituto Europeo di Design

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