24 febbraio 2014

Coffee break con Caterina Gatta

Un caleidoscopio di colori e forme, tra passato e presente, per reinventare il futuro. Questi gli stilemi della giovane designer romana Caterina Gatta.

Dall’esordio nel 2008 ad Altaroma, numerosi i traguardi raggiunti. Ultimo, in ordine cronologico, l’importante collaborazione con Castor che porta con sè due grandi occasioni: una maggiore distribuzione e l’utilizzo di tessuti disegnati dalla designer stessa. Per una collezione 100% Caterina Gatta.

 

 

 E’ recente la notizia che Castor, azienda sartoriale mantovana, produrrà la tua linea dall’autunno/inverno 2014-15 con una capsule. Com’è nata questa collaborazione?

Come spesso accade, in maniera del tutto casuale. Decisi infatti di prendere un appuntamento con loro senza nutrire troppe speranze. Finalmente ho trovato delle persone con le quali, sono sicura, verrà fuori un prodotto eccellente. Grazie a loro potrò realizzare il sogno di creare una linea con una commerciabilità più ampia.

 

Le tue collezioni, soprattutto per la difficoltà nel reperire i tessuti vintage di grandi maison, sono sempre state caratterizzate da una piccola produzione. L’intervento di Castor cambierà qualcosa anche nel dna del tuo brand?

Assolutamente si. Oltre alla linea con i tessuti vintage, verrà creata parallelamente una nuova linea fatta con tessuti disegnati da me. Un mondo 100% Caterina Gatta.

La stagione AI 2014-15 sarà una capsule collection di pezzi iconici delle collezioni passate realizzati con le stampe disegnate da me in collaborazione con l’artista Sofia Cacciapaglia.

 

Da cosa nasce l’interesse a utilizzare tessuti vintage di storiche maison per realizzare le tue collezioni?

È un’idea nata per caso o, come mi piace pensare, per volere del destino. Nel 2009 trovai il primo tessuto firmato su cimosa di Irene Galitzine, credo fosse anni ’70. Per me che ho studiato cinque anni moda all’università era come aver trovato un tesoro. Mi sono informata e scoprii che non solo la principessa Galitzine ma che tantissimi altri stilisti in quegli anni, fino alle fine dei ’90, usavano fare collaborazioni con importanti tessitori. Piano piano trovai sempre più nomi.

Inizialmente pensavo di realizzare soltanto qualche capo per me ma, con il tempo, la collezione cominciò a farsi troppo grande per rimanere chiusa in un armadio. Decisi così di provare a fare una mini capsule, presentandola alla Soho House di New York. Da lì a poco, l’incontro con Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia, e Sara Maino, Senior Editor, che hanno creduto in me, sostenendomi fin dall’inizio. Di questo mi sento molto grata e fortunata.

 

Se dovessi scegliere uno di questi tessuti, quale sceglieresti? E perchè?

Impossibile sceglierne uno. Ogni nome ha la sua anima, completamente differente per tipologia di tessuto e pattern. Ogni stampa mi emoziona in modo differente. Mi spiego: se ho voglia di divertirmi scelgo una stampa frizzante e pop di Gianni Versace o Ungaro, se sono in mood romantico Fausto Sarli o Valentino.

 

Il tuo brand guarda al passato, per la scelta dei tessuti vintage, e al presente, per i tagli. Dal futuro cosa vorresti?

Mi piace quando il futuro rispetta il passato e mi servo di quest’ultimo come bagaglio culturale per poi distaccarmene e continuare per la mia strada.

La cosa più bella del nostro mestiere è proprio la possibilità di avere un domani tutto da reinventare.

 

 

Giulio Piano del Balzo

Accademia Costume & Moda

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