15 luglio 2015

AZZEDINE ALAÏA IN MOSTRA A ROMA

Azzedine Alaïa inaugura a Roma, nelle sale della Galleria Borghese, la mostra personale Couture/Sculpture

Azzedine Alaia

La fuga è terminata, Apollo sente ancora battere il cuore di Dafne sotto la corteccia, ma la ninfa ha iniziato ormai la sua metamorfosi: i piedi stanno diventando radici e le dita aggrovigliati rami. È nell’attimo in cui lo sguardo del visitatore trova riposo sul gruppo scultoreo del Bernini che si coglie qualcosa di inaspettato: dietro le frondose braccia di Dafne c’è adesso un elegante abito da sera in velluto.

È con un’esposizione di sessanta pezzi, dal titolo Couture/Sculpture, che la Galleria Borghese di Roma celebra, fino al 25 ottobre prossimo, Azzedine Alaïa.

<<Non si tratta di una mostra di moda>> precisa Anna Coliva, direttrice del Museo e curatrice, insieme con Mark Wilson, dell’evento <<è una mostra sulla ‘‘scultura soffice’’>>.

Azzedine Alaia

Già, perché Azzedine Alaïa, mani in tasca e silenzio clericale, è uno scultore, prima ancora che un couturier. Nato a Tunisi, ma naturalizzato francese, studia all’Accademia di belle arti della città natale, per entrare poi nella moda dall’ingresso principale: assistente di Guy Laroche e Christian Dior, inizialmente, e collaboratore di Thierry Mugler, in seguito.

Unico in grado di drappeggiare un abito di Vionnet degli anni Trenta, a lungo creduto incompiuto; Azzedine ha sempre scelto di lavorare direttamente sul modello, torcendo le stoffe e plasmando i tessuti come creta, con il solo obiettivo di rendere desiderabile il corpo femminile.

Azzedine Alaia

Una sintesi di capi iconici, dalla maglia alla pelle, dal senso tridimensionale dell’abito all’uso della zip, riassume quarant’anni di lavoro e costituisce l’espressione più autentica del suo stile.

Definito persino barocco, nell’accezione originale del termine, per quella aspirazione alla ‘‘meraviglia’’ che è essenza delle sue creazioni,  sempre diverse al mutare del punto di vista. Succede, dunque, che lo spettatore si trovi a girare intorno all’abito di Grace Jones del 1985, come farebbe con il seicentesco Ratto di Proserpina.

Se Michelangelo aggrediva il marmo con lo scalpello, convinto che la forma fosse già insita nella materia e che il suo compito consistesse unicamente nel liberarla, Azzedine trasporta, su un supporto malleabile, un’immagine immateriale, che non esiste in nessun altro luogo ancora se non nella sua mente.

Ecco dunque che guardando di nuovo la sala di Apollo e Dafne, si avverte la sensazione momentanea che il velluto dell’abito scompaia e torni a fondersi con gli elementi architettonici della stanza; alla stessa maniera i corset diventano fregi ellenici o mudéjar e le gonne, cupole di una meschita islamica.

 

Daniele Gennaioli

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