2 marzo 2016

Artisanal Intelligence | Body for the Dress

Deformazioni, trasparenze, sottrazione e addizione di volumi. L’abito trasforma il corpo che, a sua volta, per i designer-artigiani, è luogo privilegiato di progettazione. “Body for the Dress”, la mostra curata da Clara Tosi Pamphili e Alessio de’ Navasques, per questa edizione di A.I. Artisanal Intelligence – on view nei tre giorni di Altaroma – ha indagato il rapporto simbiotico che intercorre fra il corpo e l’abito. Odi et amo di artisti che, da sempre, giocano su forme e tessuti, “scolpendo” silhouette plasmate e strutture nuove, l’empatica sinergia che esiste fra l’essere umano e il suo vestito viene approfondita nel tentativo di trovarne un punto di contatto.

artisanal intelligence

Sadie Clayton – ph. Andrea Buccella

E in uno spazio postindustriale come l’ex Dogana, in cui le tracce della memoria del luogo deputato al controllo delle merci restano evidenti, le opere degli artisti e i lavori dei fashion designer e degli artigiani selezionati, sembrano trovare il loro habitat naturale, preservando la rude bellezza dei grandi ambienti con un allestimento minimale. Tre i giovani artisti che, per l’occasione, hanno interpretato con le loro opere le corrispondenze tra corpo e abito. Thomas De Falco ha lavorato sull’idea archetipica di vestito, inteso come involucro e radice, attraverso un lungo abito bianco, già presentato alla Triennale di Milano. La giovanissima Sacha Turchi si è focalizzata, invece, sulla struttura, presentando “Bryonia”, un ibrido che muta da colonna vertebrale a treccia, sintesi del femminile che racconta la trasmissione dell’essere di generazione in generazione. Paolo Roberto D’Alia, infine, ha indagato il significato stesso che la moda ha nel sistema industriale e nel nostro quotidiano, dando una nuova identità a semplici giacche con l’opera “Corto Viaggio Sentimentale di un Nome Innocuo”.

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Burke – ph. Andrea Buccella

A dialogare con le installazioni, sul lento scorrere delle immagini dei manichini nel video dell’Istituto Luce del 1941, i gioielli declinati in oro rosa, argento e bronzo di Admater, il brand di Lavinia Fuksas e Alessandro Grimoldieu; quelli artigianali di Uncommon Matters di Amélie Riech; i capi di Gall, il marchio fondato nel 2013 dai talentuosi Justin e Chiara; gli abiti riprodotti su sete e nylon trasparente, per evidenziare l’effetto delle sovrapposizioni, della fashion textile designer Svizzera, Ladina Steinegger; gli accessori e gli abiti scultura della designer inglese Sadie Clayton; i corpetti corazza, in pelle tinta con colori vegetali, di Úna Burke – che ha già lavorato per i costumi del film Hunger Games; le camicie bianche come origami e fogli di progetto, disegnate da Lulù e Anna Poletti, firme di Melampo; le borse scultura di Kofta e le “Lift Bag” ideate da Filippo Pugnetti, designer di Pugnetti Parma e inventore di una forma nuova, realizzata con l’esperienza e la cura del dettaglio della modellistica dei maestri che impostavano prototipi e cartamodelli prima di disegnare.

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Sacha Turchi – Kofta – ph. Andrea Buccella

Spazio, poi, anche alle scuole con Giacomo Frasson e Giulia Roman dell’Università IUAV di Venezia e Livia Francese e Arnheiður Rós Óskardóttir dell’Accademia Costume e Moda di Roma. Infine, al talento dei designer emergenti, come ogni stagione, si è sapientemente intrecciata la tradizione artigiana. Stavolta, sono stati protagonisti i bustini di Brighenti, nome storico della lingerie romana, emblema di quel capo cui, da sempre, la moda resta aggrappata per modellare il corpo femminile.

 

Mara Franzese

 

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