11 febbraio 2016

ACCADEMIA COSTUME & MODA TALENTS 2016 | ALTAROMA #FASHIONHUB

Avete presente John Cage? Quando non realizzava concerti in silenzio, il musicista statunitense riusciva a suonare insieme gli oggetti più disparati, dai cerchioni di automobili ai contenitori di latta, in un effetto di voluto disaccordo.

La stessa piacevole disarmonia devono aver percepito gli spettatori della tradizionale sfilata degli allievi dell’Accademia Costume e Moda, il passato 30 gennaio.  Se esiste una specificità per l’edizione 2016, ospitata negli spazi della Ex Dogana, questa va cercata proprio nella molteplicità di proposte presentate, frutto dell’intelligente apertura internazionale sostenuta dall’attuale direttore Lupo Lanzara.

In un sistema, quello della moda, che fa della diversità un baluardo e poi finisce con l’omologarsi sugli stessi trend per ragioni di mercato, rappresenta un’iniezione di fiducia vedere come le scuole abbiano ben chiaro quale sia il loro compito: dare gli strumenti agli studenti e lasciarli liberi di sperimentare.

Ecco quindi che sullo stesso tema, la pelliccia, si passa dagli intrecci della pakistana Saima Shakoor al punto selleria della russa Svetlana Nadezhdina.

La pelle è protagonista sia dei lavori di Livia Francese, che si muove sui contrasti di texture (pelli lisce, saffiano e pelle di salmone tinta a mano), sia di Francesca Richiardi, che opera sul potere mnemonico dei materiali; <<la pelle d’anguilla>>, scrive, <<è capace di avvolgere, proteggere e ricordare>>.

Sul womenswear si esercitano invece Eleonora Olivieri, con abiti torchon e silhouette anni cinquanta, l’islandese Arneheidur ròs Oskardottir, che indaga le possibilità del knitwear, Sharon Journo Barda, con broccati e lavorazioni a intarsio, e Deniza Nugnes, che si muove nella zona di confine delle dimensioni intima e pubblica con una rivisitazione del tradizionale abito da casa chemisier.

L’uomo è definitivamente urban e streetwear per Federica Rabito e Martina Scattarella.

Vista da una prospettiva meno ravvicinata, la sfilata dell’Accademia può essere presa come cartina al tornasole dell’intera manifestazione capitolina. È chiaro per gli assidui frequentatori dei quattro giorni romani che in questa edizione Altaroma ha mostrato una maggiore consapevolezza della propria centralità nell’ambito dello scouting. In altre parole, si avverte la sensazione che un cambiamento stia avvenendo e che sia proprio la capitale a guidarlo.

Ilaria Fiore, vincitrice del contest, ha ottenuto una menzione speciale per gli accessori con la collezione Magda. La designer applica l’antica tradizione del drappeggio a capi marcatamente avant-garde. Protagonista indiscussa: la pelle, impiegata per abiti, borse e marsupi.

ALTAROMA

È proprio dal menswear che giungono, ancora una volta, le innovazioni più interessanti. Federica Melpignano, con Knit Wrap, si è aggiudicata il premio conferito da Davide Dallomo (Founder Lagente), che nell’ambito della seconda edizione del progetto Lagente Green, offre un anno di tutoraggio pro bono. I volumi over, gli edoardiani Oxford Bags rivisitati nelle dimensioni e soprattutto elaborate lavorazioni sul jersey, hanno convinto critica e pubblico.

 

La collezione Fru Fru ruota intorno al personaggio chiave dell’immaginario circense: il clown. Chi non ha sognato almeno una volta il terrificante pagliaccio IT? In questo caso c’è da stare tranquilli, perché Flavia Colantoni ricrea una dimensione quasi nostalgica, alla maniera di Fellini o di Bernard Buffet.

Stretti in abiti dal tailoring sartoriale, con motivi check, questi moderni saltimbanco hanno stipato le loro cose in capienti travel bag, pronti per nuove avventure.

Sembra di sentirlo, il rumore assordante del silenzio, nella collezione Bréhat di Andrea di Salvo. Un tempo che viene dilatato dalla monocromia delle uscite. Il bianco come unica possibilità. L’ispirazione questa volta arriva dai luoghi incontaminati della Bretagna. Una combinazione di materiali grezzi e lattice, di forme circolari e silhouette antropomorfe, a sottolineare la potenza dei contrasti. Un ideale fil-rouge che parte da Viktor and Rolf e Comme des Garçons.

 

Con Maria Martyashkina e la sua U/VECTOR, viaggiamo fin nelle più remota steppa russa. L’ispirazione proviene dal clima industriale post-sovietico. Materiali tecnici come il neoprene e rigorosa geometricità costruttivista convivono in capi estremamente wearable. Il pezzo più interessante? Una meccanica jumpsuit da uomo.

Daniele Gennaioli

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